Paolo D’Ascanio

Ativista TzdA Tàtari ProgReS

Forse mi sono accorto di essere indipendentista – senza saperlo se non dopo anni, ovviamente – un pomeriggio, da ragazzino, davanti alla televisione. Quando a un certo punto, a caso, ho realizzato la totale assenza di me e del mondo che vivevo nel quotidiano dal televisore, quel contenitore di simboli di varia forma che nel bene e nel male è stato una parte della mia infanzia.

Ora, non è che l’abbia pensata così quando avevo 10 o 13 anni: ma c’è stato un primo campanello di avviso. O banalmente e più probabilmente ho raccolto questa sensazione di lontananza dal mondo “ufficiale” per mezzo delle persone che mi stavano intorno, e l’ho ritrovata nei media.


Tornando ai simboli: passati un po’ di anni, mi sono convinto che anche le parole lo sono. Oltretutto, sono simboli caratterizzati da un rapporto fra costo ed effetto fra i più bassi: quanto è più naturale, semplice, immediata una parola, rispetto a uno spot, a una composizione grafica, a una canzone? E che portata hanno, le parole? Ho sempre creduto molto alta: per questo penso vadano usate con grande cura.


Intendendo le parole come simboli queste sono “qualcosa che sta per qualcos’altro”. Fanno da referente per le cose là dove queste sono fisicamente assenti. Dato che non è mai facile racchiudere tutte le caratteristiche di un oggetto (fisico o astratto) dentro un simbolo, dentro una parola, ecco che si attiva tutta quella serie di scambi fra chi comunica, con cui ci si accorda sui vari significati, sfumature, caratteristiche dell’oggetto che quel simbolo deve, o vuole, rappresentare. Tecnicamente si chiama funzione “metalinguistica”.


Quest’ultima a me piace, banalmente, chiamarla “voglia di ascoltarsi” perché anche se non è esattamente la stessa cosa, senza questa volontà non c’è metalinguistica che tenga.


E la voglia di ascoltarsi la sto avvertendo, finalmente negli ultimi anni, complici varie realtà associative (nomino a titolo di esempio giusto Corona de Logu e Assemblea Natzionale Sarda).


E ora si aggiunge un passo in questa direzione  di “ascolto” con Helis, blog che fa da luogo di confronto per Est Ora, che si presenta come progetto di dialogo fra ProgReS, iRS, Torra. Un dialogo fra forze nuove e alcune di quelle energie che da anni hanno avuto la capacità di riempire di significato parole che prima erano, per molti sardi, tabù, o comunque circondate da una nebbia confusa che le faceva apparire temibili e sospette, o utopistiche.


E’ stato facendo chiarezza che quelle parole hanno acquisito significato: chiarendo cosa significa Autonomia e cosa Indipendenza, cosa significa Stato e cosa Nazione. E’ stato anche grazie a quella chiarezza, a quei simboli carichi di significati, che io mi sono avvicinato all’idea di indipendenza e, anni dopo, a ProgReS. Dico questo a titolo di esempio solo perché non credo di essere stato l’unico coinvolto da queste dinamiche: potere dei simboli, forse?


Ho fatto questo discorso per introdurre una considerazione che facevo da un po’ di tempo. Definirsi, oggi, indipendentisti repubblicani mi sembra volersi dare un obiettivo oltre l’orizzonte: l’obiettivo di una comunità che si autogoverna poggiando su regole democratiche fra persone che vedono in Sardegna la loro vita, la loro casa, all’interno di uno spazio sociale e fisico ancora maggiore che è il Mondo, integrati e non più sconnessi da questo, così come avverto che siamo ora. Dargli un nome specifico, “Repùblica”, aiuta a focalizzare l’obiettivo, richiamando qualcosa che ancora non c’è ma a cui si tende.


Le parole e i simboli sono importanti perché sintetizzano valori, idee, progetti. Per esempio un albero è capace di ricollegarci a 600 anni di desiderio di emancipazione, riconnettendoci alla nostra Storia.


Storia intesa non come esercizio di memoria o “conta” dei torti subiti, ma come strumento di comprensione del nostro essere quello che siamo oggi: cause reali, dinamiche di lunga durata simili-per certi aspetti-a quelle di tutto il Mondo, che vanno a erodere pregiudizi e narrazioni finalistiche per cui noi siamo periferia, e periferia dobbiamo rimanere, come se un destino, o un insieme di fattori geografici o culturali, a questo ci condannasse.


Affinché si generino questi collegamenti dietro i simboli ci devono essere i processi che gli danno significato e li rendono riconoscibili, o i simboli stessi non avrebbero senso, e questi processi sono fondamentali. E ci vuole voglia di ascoltarsi. Oggi abbiamo uno strumento in più, e una cammino da fare.


E tandu, viva Helis!

Artìculu prus bètzuClaudio Zucca
Ateru artìculuTore Ventroni