Il PD accetterà la nazione sarda?

Una tesi congressuale del Partito Democratico sardo ipotizza la fondazione di un partito distinto da quello italiano, che assume il concetto di nazione sarda e che dialoga stabilmente con l’area favorevole all’autodeterminazione e con quelli che vengono definiti come indipendentisti di governo. Assistiamo a un nuovo tentativo di avvicinarsi ai temi storici dell’indipendentismo progressista da parte di unionisti democratici che poco a poco stanno maturando una nuova coscienza sull’identità nazionale sarda. Questo, in linea generale, è un buon sintomo.

Ripercorrendo le vicende politiche degli ultimi venti anni possiamo leggere con più completezza questo nuovo tentativo sia sotto l’aspetto della consapevolezza del ruolo storico e attuale del nostro indipendentismo sia per quanto riguarda la percorribilità di strade a noi parallele o complementari da parte di settori politici che finora hanno sempre scelto di restare nettamente nel campo dell’autonomismo unionista.

PROGETTO SARDEGNA

Molti anni fa, allorché Renato Soru decise di sciogliere l’interessante laboratorio di Progetto Sardegna, ebbi modo di confrontarmi con alcuni dei responsabili e fondatori di quella formazione e di condividere con loro la perplessità e il dispiacere per il harakiri di un’opzione politica utile che aveva tutti i presupposti per divenire una grande forza innovatrice, portatrice di un autonomismo sano di impronta europea, progettuale e responsabile, distinto e distante dall’autonomismo sardo storico caratterizzato da periodici e poco credibili tiramolla con lo Stato finalizzati più a ottenere peso contrattuale nella gestione del potere che alla costruzione della nazione. Era il 2005, facevo parte dell’Esecutivo Nazionale di iRS. Spingevo per rifiutare un’alleanza con il centrosinistra italiano sia per questioni di strategia generale sia perché mancavano punti programmatici condivisi ma questo non mi impediva di riconoscere la positività generale dell’esperienza di Progetto Sardegna e la perdita politica causata dal suo scioglimento in favore di una confluenza fondativa del nascente PD italiano. Con quella decisione si stavano regalando ancora nuovi decenni di vita all’autonomismo vecchio stile e Renato Soru abdicava definitivamente alla possibilità di passare alla storia come presidente della nazione sarda e non semplicemente dell’ente amministrativo RAS. Negli anni successivi, fino a tempi  recentissimi, ho avuto modo di tornare sull’argomento con i diretti interessati non trovando mai una sponda fertile all’idea di un autonomismo teso alla costruzione nazionale sarda invece che al perpetuare il potere italiano.

SARDEGNA POSSIBILE

Qualche anno fa seguii da osservatore esterno la vicenda della coalizione Sardegna Possibile promossa da ProgReS tesa ad allargare l’appoggio all’autodeterminazione a settori del progressismo autonomista in occasione delle elezioni nazionali del 2014. Una grande opera di convergenza nazionale che a livello numerico riuscì a sommare ai voti indipendentisti quelli di una certa area civica progressista ma che sul piano politico non diede luogo all’auspicato rafforzamento dell’indipendentismo bensì alla sua sofferenza sotto l’inevitabile cono d’ombra autonomista. Nonostante il buon risultato elettorale una legge indecente non ha permesso l’elezione di rappresentanti nel parlamento sardo ma anche nel caso in cui ciò fosse potuto avvenire avremmo comunque assistito a un altro esempio di come sia giusto che l’indipendentismo dialoghi con l’autonomismo ma a patto di essere nella condizione qualitativa e quantitativa di poter reggere il confronto senza esserne risucchiato e annichilito. Va comunque dato atto a ProgReS di aver profuso energie e idee nel tentare di aprire una strada nuova senza portare acqua al mulino del centrosinistra italiano.

PARTITO DEI SARDI

Pochi anni fa, osservando la candidatura solitaria del Partito dei Sardi del 2019 dopo una legislatura al governo con il centrosinistra italiano ho francamente sperato che tale formazione potesse conquistare in breve tempo un amplissimo consenso in termini di voti che gli consentisse di giocare strategicamente il ruolo di baricentro politico dell’area indipendentista e autonomista andando a costituire nel medio periodo quel grande partito che pezzo a pezzo, con modalità e tattiche non necessariamente condivise dal nostro tipo di indipendentismo, porta a casa frammenti di sovranità con i quali collettivamente poter costruire la nazione sarda del futuro.

Ho espresso questa speranza in varie sedi politiche, riservate e non, e purtroppo mi sono dovuto convincere del fatto che gli stessi promotori del Partito dei Sardi non stessero vivendo e interpretando quell’esperienza con questa visione, legittimamente più concentrati sul risultato immediato che sull’investimento progettuale per il futuro.

Ne ho parlato anche nei frequenti dialoghi con attivisti indipendentisti e sostanzialmente ho trovato condivisione sul concetto che, oltre le sigle e le appartenenze partitiche di ciascuno di noi, sarebbe utile e necessario disporre anche in Sardegna di un grande partito di governo che, come nei Paesi Baschi o in Catalogna, prepara le basi per la soggettività istituzionale propria della nazione sarda.

In quel momento, senza tessere in tasca, non intravedendo caratteristiche strutturali durature ed esiti politici positivi per l’esperienza di ADN di cui faceva parte iRS, stavo dando una mano affinché l’indipendentismo interpretato da ProgReS potesse avere spazio di azione e di proposta. Ma comunque, al di là delle mie impressioni e delle mie speranze riposte allora sul Partito dei Sardi, gli eventi hanno disegnato un’altra storia per quella forza lasciando nuovamente libero quello spazio politico.

PARTITO DEMOCRATICO SARDO

Siamo all’oggi. Pochi giorni fa è stata presentata una tesi per il prossimo congresso del Partito Democratico dal titolo “Una nuova idea di Partito sardo” nella quale, oltre a riflessioni interne sull’assetto del partito e sul suo rapporto con la società sarda, sono contenuti alcuni passaggi interessanti sul piano più strettamente politico in relazione ai rapporti del PD sardo con l’autonomismo,  l’indipendentismo e sull’assunzione del concetto di nazione sarda.

A riprova dell’importanza del documento basti pensare al fatto che è stato presentato alla presenza del presidente dell’ANCI Emiliano Deiana, del vicepresidente del Consiglio Comunale di Cagliari Matteo Lecis Cocco Ortu, della componente della direzione PD Caterina Deidda, della deputata Romina Mura ed è stato sottoscritto da circa duecento tesserati. 

Anche in questo caso come indipendentisti non possiamo ignorare questo fatto politico né possiamo permetterci di giudicarlo sommariamente come l’ennesimo tentativo di condire il progressismo unionista con un pizzico di autonomismo in più. È invece utile entrare nel merito di quanto proposto analizzandone nel dettaglio la sostanza del contenuto.

Personalmente capisco profondamente lo sforzo che questi esponenti sardi del PD stanno compiendo. Sono cresciuto in una famiglia comunista e ho frequentato fino al 1997 – con profonda sofferenza sul tema delle nazioni senza Stato – gli ambienti romani dell’ecologismo, di Rifondazione e della Sinistra Giovanile nel Partito Democratico della Sinistra. Quindi conosco direttamente contro quali resistenze e contro quali inerzie personali e collettive può andare a impattare chi nel PD voglia sinceramente proporre un ragionamento sull’identità sarda e sull’autodeterminazione sia dal punto di vista dei quadri italiani sia da quello dei dirigenti sardi che spesso, come capita in queste dinamiche di autocoscienza nazionale, si rivelano puntualmente più realisti del re.

LA TESI

Il documento inizia con il rivendicare una linea di continuità con l’autonomismo storico ma poi sterza immediatamente verso il ripensamento e lo stravolgimento dell’attuale assetto del partito aprendosi a concetti e percorsi descritti come nuovi ma che onestamente per noi indipendentisti rappresentano i punti costitutivi dell’indipendentismo moderno di iRS, di ProgReS nonché, inevitabilmente, del neonato coordinamento torrasardigna.org.

Alcuni esempi:

  • il riconoscimento della vocazione naturale del popolo sardo all’autogoverno;
  • la stima dei costi dell’insularità per consentire alla Sardegna di competere partendo da una posizione di parità;
  • il superamento del concetto negativo di essere Isola;
  • la valorizzazione come punto di forza della nostra posizione al centro del Mediterraneo;
  • il poter coniugare l’identità nazionale sarda con l’apertura al mondo;
  • l’identità sarda, europea e mediterranea;
  • il superamento dei meccanismi del potere per il potere;
  • la lotta alla dispersione scolastica, all’emigrazione, allo spopolamento, alla discriminazione di genere, alla distruzione del welfare nei nostri territori, allo sfruttamento turistico a ciambella;
  • l’idea di ripartire dalle 377 comunità locali;
  • la necessità di una scuola sarda che includa il bilinguismo e l’insegnamento della cultura e della storia della nostra terra;
  • la possibilità dell’autosufficienza energetica;
  • la necessità di un sistema integrato di trasporti interni ed esterni;
  • l’ipotesi di una cassa sarda delle entrate;
  • una nuova legge elettorale;
  • l’istituzione del collegio sardo per le elezioni europee…

In molti passaggi sembra di leggere i manifesti fondativi delle nostre forze politiche scritti nel 2002 e nel 2011, i vari programmi elettorali di iRS e ProgReS o la dichiarazione di intenti di Torra. Dell’evidente penetrazione dei nostri punti chiave nell’ambito del progressismo autonomista non possiamo che gioirne anche perché, in fin dei conti, la nostra missione storica è proprio quella di avvicinare ai nostri temi e alla nostra visione della Sardegna e del mondo il maggior numero possibile di persone e di aree politiche. Ma visto che la nostra ambizione non è quella di limitarci a interpretare il ruolo di agenzia politica che regala idee agli altri è bene che ci soffermiamo a ragionare su quello che accade.

QUALE AUTONOMISMO

La tesi congressuale del PD auspica la creazione di un partito della specificità sarda. A prescindere dal concetto, che mi sta stretto e non mi sembra possa dare uno slancio comunicativo adeguato, nella sostanza della proposta politica si parla di riforma dello Statuto e di nuovo patto con lo Stato. La questione è arrivata al suo nodo gordiano che è possibile sciogliere solo con una netta distinzione: l’eventuale nuovo PD sardo quale autonomismo interpreterà? L’autonomismo nazionale che lavora per costruire la soggettività istituzionale del popolo sardo o l’autonomismo unionista che si impegna a risolvere i problemi dell’Isola per vivere più serenamente la nostra italianità?

La risposta è nel documento stesso. Perché oltre la coltre di intenzioni e parole nuove rimane un testo profondamente italiano, tricolore come il loro simbolo: la nazione è l’Italia di cui noi siamo e restiamo una Regione. Il famigerato livello nazionale è sempre quello italiano e la Costituzione rimane un caposaldo irrinunciabile. Addirittura si parla di rigenerazione dell’Italia, un grande classico dell’autonomismo unionista che da più di mezzo secolo non riesce a far vivere serenamente un milione e settecentomila sardi e immagina di aiutare sessanta milioni di italiani. Ma non dobbiamo peccare di presunzione né potremmo pretendere o legittimare che dei democratici unionisti possano trasformarsi di punto in bianco in coerenti indipendentisti. Scavando bene nel loro testo d’altronde troviamo il nocciolo del progetto: la volontà di costruzione di uno spazio politico in cui incrociare forze politiche e movimenti con cui condividere le prossime elezioni regionali e il governo locale. Quindi, in sostanza, la tesi auspica che il PD sardo accetti di convivere stabilmente con una certa area politica autonomista e indipendentista e che per osmosi ne assuma qualche linea guida e qualche parola d’ordine.

COME FARE

Questa ipotesi politica per essere realizzata ha evidentemente bisogno di una sponda indipendentista cioè di esponenti indipendentisti che abbiano la voglia di lavorare con il nuovo PD sardo per la creazione di un’area simile a quella tentata da Progetto Sardegna, Sardegna Possibile e Partito dei Sardi della quale, ribadisco, c’è profonda necessità. Quindi dobbiamo attendere che settori di indipendentismo di governo si organizzino e si attivino per dare sostanza a questa alchimia politica. Ma lo devono fare in forze, ben organizzati, nella speranza che non vengano fagocitati dall’unionismo come già avvenuto in passato. L’unica altra ipotesi è che i sottoscrittori di questa mozione, nel caso in cui non vincesse il congresso, escano dal PD per dare vita assieme agli indipendentisti disponibili a una grande e composita forza nazionale sarda.

Ma senza entrare nella fantapolitica da parte nostra possiamo solamente augurare buon lavoro sia agli autonomisti unionisti del PD sia agli indipendentisti che sceglieranno di lavorare con loro. Possiamo assicurare rispetto e dialogo pur nella distanza politica e strategica. Il nostro indipendentismo sta lavorando su se stesso, non ha fretta di potere né ruota attorno agli appuntamenti elettorali ai quali, in ogni caso, avendo già sperimentato varie strade, vuole a maggior ragione arrivare con le proprie forze e sulle proprie gambe.

Il loro e il nostro lavoro possono essere complementari ma sicuramente non sovrapponibili. Anche perché, oltre al tema teorico dell’avvicinamento tra PD e mondo dell’autodeterminazione, per noi rimane da verificare un cambiamento di prospettiva sui temi concreti perché non possiamo dimenticare che gli esponenti sardi del PD fino ad oggi hanno sempre interpretato un ruolo conservatore e affine agli interessi dello Stato più che a quelli del popolo sardo: dal tema del ricatto salariale per migliaia di lavoratori in industrie senza senso economico e nefaste per la salute al voto nel Parlamento italiano per mantenere in Sardegna le attività dei poligoni militari come elemento di sviluppo equiparandoli a siti industriali con conseguente aumento fino a cento volte delle soglie di inquinamento consentite.

La strada è lunga, noi siamo in cammino quantomeno da inizio secolo e non ci stancheremo di seminare le parole e le pratiche dell’indipendentismo progressista, l’unica sensata e coerente alternativa allo status quo, in Sardegna come in Europa.

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