Come sopravvivere alle narrazioni stereotipate

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di Federica Marrocu e Simone Maulu.

Manuale diagnostico in materia di folklore televisivo, identità performativa e altri mali che affliggono la società sarda.

Questo manuale è stato redatto seguendo rigorosi protocolli di autoironia applicata. Gli autori si assumono la responsabilità di eventuali crisi esistenziali o improvvisi dubbi sulla propria italianità.

La presente indagine nasce da un’urgenza inderogabile: analizzare e diagnosticare una sindrome che affligge una porzione non trascurabile della popolazione sarda.

Il fenomeno si manifesta con puntuale regolarità ogni qualvolta la Sardegna ottenga visibilità nei palinsesti della televisione generalista italiana.
In tali occasioni si registra un’ondata di entusiasmo collettivo che, a un primo sguardo superficiale, potrebbe sembrare gioia. In realtà, è il sintomo di un’altra dinamica..

PATOGENESI

Ovvero: da dove viene tutto questo e come ci si è arrivati

Prima di procedere alla diagnosi è doveroso sgomberare il campo da un equivoco ricorrente che porta a giustificare battute infelici dal retrogusto discriminatorio, ossia: le consuete buone intenzioni.

Sia chiaro, lungi da noi mettere in dubbio la buonafede di chi realizza e conduce i programmi televisivi in questione. Trattasi senz’altro di persone serie, curiose, ironiche: mica è colpa di Littizzetto se Issohadore è una parola impronunciabile.

Il problema è che per loro è la stessa sardofonia a essere impraticabile, voi sardi non vi capite tra paesi vicini. E siamo anche noi a ribadirlo spesso: non si cumprendeus de una bidda a s’atra. Una Babele insomma. 

Resta a tutt’oggi un mistero insondabile come sia stata possibile la comunicazione tra le genti sarde prima dell’arrivo dello strumento civilizzatore e organizzatore del pensiero: la lingua italiana. 

Ad ogni modo la Sardegna solletica ancora un irrefrenabile gusto per l’esotico, infatti, procedendo per diagnosi differenziale, ne abbiamo la certezza.


Effettivamente l’atteggiamento della TV italiana nei confronti dei sardi, anche il più benevolo, scivola inevitabilmente nel folklore paternalista. La cultura sarda smette di essere un soggetto con dignità propria e diventa una maschera pittoresca da esibire in vetrina, in una posizione subalterna rispetto a chi rappresenta. 
E noi? Noi ringraziamo. “Almeno si parla di noi”.

L’INSORGERE DEL DUBBIO

Ovvero chi siamo? Dove andiamo? E, soprattutto, perché ce lo facciamo dire da un programma tv?

A questo punto l’indagine impone di addentrarsi nel contorto universo della psiche umana. Ricordiamoci che il nostro oggetto di studio è la sintomatologia che si manifesta nei telespettatori sardi.

Partiamo da un esempio recente: una coppia sarda ha partecipato alla trasmissione Affari Tuoi vestita con l’abito tradizionale di Marrubiu.

In psicologia il meccanismo in questione si chiama compensazione: essa nasce quando l’individuo sente minacciata la propria sardità, percependo il proprio essere sardo come un qualcosa che sfugge e per questo sente il bisogno di riaffermarlo con forza o in maniera eccessiva.

Ci si trova pertanto di fronte a una sorta di identità performativa che spesso viene messa in scena nel tentativo di affermare in maniera potente una percezione dell’io, in realtà in crisi. Se la sardità fosse una certezza granitica non si avvertirebbe il bisogno di trasformarla in un vessillo costante. Trattasi di paradosso: meno ci si sente sardi nella quotidianità più si avverte la necessità di urlarlo, manifestandolo a livello simbolico.

Come spiega efficacemente Bachisio Bandinu: «L’identificazione narcisistica deo so sardu indica una mancanza più che una certezza: è sintomo di un’identificazione problematica; non corrisponde tanto a sono soddisfatto di essere sardo, quanto a un desiderio di poterlo essere».

La Sardegna, in questo senso, è una terra con una tradizione solidissima e con un’identità altrettanto fragile. I due piani vanno tenuti distinti con chirurgici attrezzi: la tradizione racconta chi siamo stati, l’identità riguarda chi decidiamo di essere. Confonderli è l’errore più comune. E anche il più comodo: è più facile crogiolarsi in un passato indefinito rispetto a sforzarsi di immaginare chi vogliamo essere o diventare. 

SCHEDA DEL / DELLA PAZIENTE
La commissione scientifica si è consultata ed è giunta alla seguente diagnosi. 


Sindrome di Stoccolma, variante culturale, cronicizzata a seguito di secoli di:

  • occupazione simbolica;
  • colonialismo culturale;
  • sfruttamento del suolo in un misto tra poligoni militari e resort per ricchi annoiati;  
  • colonialismo industriale, turistico ed energetico.

Il decorso è ondulatorio, con picchi di febbre identitaria in corrispondenza di:

  • trasmissioni in prima serata, festival musicali;
  • attenzione mediatica dall’estero;
  • trasferimento sull’Isola di personaggi famosi;
  • parenti di origine sarda di personaggi famosi;
  • spot pubblicitari et similia.

La prognosi è riservata ma non ancora letale.

PROTOCOLLO TERAPEUTICO

Prescrizioni per uso interno, da assumere con costanza e senza eccessive aspettative di guarigione rapida.

1. Presa di coscienza (dose d’attacco)

Capire che l’oppressione non è solo un editto reale del ‘700, ma un condizionamento sistemico che altera il nostro sistema immunitario culturale.

Allenarsi a riconoscere il meccanismo ci aiuta a comprendere che le oppressioni non riguardano solo i rapporti tra individui: sono strutturali e condizionano il nostro stesso modo di pensare in maniera talmente subdola che spesso neanche ce ne accorgiamo. Il che le rende particolarmente efficienti al punto di riuscire a ingannare il sistema immunitario. Questo avviene a causa dell’esposizione prolungata e impercettibile al colonialismo interno.

2. Disintossicazione
Smettere di misurare il proprio valore attraverso lo sguardo esterno. Smettere di cercare la nostra immagine riflessa negli occhi (spesso distratti) di chi ci guarda dal continente. Cambiare prospettiva. Farsi domande. Farle agli altri. Ascoltare. Tollerare le risposte. Chiedersi: “cosa sono io quando la telecamera è spenta?”.

3. Fisioterapia: allenamento quotidiano del muscolo atrofizzato del senso critico, c’è speranza per tutti gli individui

Smontare le gerarchizzazioni esterne è necessario ma non sufficiente. Bisogna anche nominare quelle interne: come ci vediamo tra noi? Quali narrazioni di noi stessi riproduciamo?

4. Autonarrazione radicale (terapia a lungo termine)

Si può anche accettare di abitare uno spazio di rappresentazione legittimato dalla cultura dominante e usarlo per riprodurre le proprie pratiche, sapendo che quegli steccati siamo fatti e fatte per superarli. Imparare a raccontarsi da soli. In questo modo possiamo anche raccontarci dentro i recinti della cultura dominante ma avremo imparato a scavalcarli prendendo noi il controllo, diventando protagonisti e non più vittime.