“La vita va così” ci suggerisce cosa non siamo autorizzat* ad essere

helis la vita va così milani vittorio ciccheddu
Foto Cuccheddu
di Vittorio Cuccheddu.

Molto è stato detto sul film di Milani. Sono andato a vedere La vita va Così al Moderno di Sassari qualche tempo fa.
Il dibattito si è sviluppato attorno ad una promozione che lasciava poco adito a dubbi, ma pareva brutto presumere di aver già capito come sarebbe andata a finire. La situazione era peggiore di quanto immaginassi. Credo di essermi trovato davanti ad una delle operazioni mediatiche più maldestramente subdole che siano state recentemente prodotte.

Se da un canto quest’opera dice poco e male su chi era Ovidio Marras, dall’altro rivela le insicurezze che ci portiamo appresso come sard*. Perché tenta di sfruttarle.

LA TEMPISTICA
Vale la pena, innanzitutto, tenere presente che questo film arriva in un periodo storico molto complesso. Nell’Isola c’è fermento e questo sa di sfiducia nell’istituzione e indipendentismo. Siamo in pieno dibattito sulla speculazione energetica: mentre ci adoperiamo nel contrasto alle multinazionali green che ci vogliono far digerire ad ogni costo la transizione, dall’altro lato i mostri del fossile e i palazzinari nostrani hanno ottenuto dal governo gli strumenti normativi per far entrare il gas in Sardegna. Alla faccia della nostra autodeterminazione, delle bollette alte, dei palestinesi sterminati anche le per le risorse naturali del loro territorio e della lotta al cambiamento climatico. Non abbiamo una rappresentanza democratica nei Parlamenti europeo e italiano e abbiamo una legge elettorale sarda che taglia fuori dai giochi chiunque non si allinei alle grosse compagini partitiche italiane. 

La tentazione di assecondare visioni già digerite è forte e non appartiene solo alla dimensione cinematografica. Qualcuno osserverebbe a proposito che certi discorsi debbano arrivare anche alla massa e che certi film siano necessari, perché non tutt* possono permettersi di approfondire. È una vecchia storia a cui non tengo più tanto. Sovente avviene che dietro una narrazione volutamente semplificata ci sia la manipolazione di chi finanzia operazioni del genere e ha interessi a che si dimentichi quanto sia preziosa la lotta politica organizzata.

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FUGA DALLA COMUNITÀ
Nel film come nella nostra quotidianità, di gente organizzata ne vediamo poca. Come le persone che abitano Bellesa Manna siamo stanch*. Vogliamo lamentarci, a buon diritto, ma non sappiamo parlare più di società, perché c’è disillusione e poca fiducia. Come Efisio Mulas difendiamo qualcosa ma questo qualcosa non ha a che fare con la nostra natura di animali sociali. È casa, su Furriadroxu, un rifugio ideale, a cui regrediamo come in uno stato primordiale di difesa, vecchi e indisposti. Non apparteniamo più ad una comunità di persone, ma ne siamo in fuga.

Quando la nostra visione politica non è dichiaratamente reazionaria, allora è una mobilitazione settaria. Nel migliore dei casi ci uniamo localmente in piccoli gruppi di entusiasti, attingendo ad energie già risicate. Nel peggiore dei casi ci scontriamo e ci isoliamo perché vogliamo vederci liber* e legger*, profumat* di macchia mediterranea, mentre protestiamo come fossimo Daniel Day-Lewis ne L’ultimo dei Mohicani per poi andare nel weekend a ricaricare il sedere con l’energia sferica delle tombe prenuragiche.

Tutto molto bello, salvo poi renderci conto che non c’è nessuna grande mobilitazione spontanea in arrivo e facciamo politica anche quando ci rifiutiamo di farla. Proprio come gli abitanti di Bellesa Manna, ognuno con le proprie istanze, in modo approssimativo e frammentario, talvolta ferendoci a vicenda. 

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EPICA VS COMPLESSITÀ REALE
In qualche maniera accade questo nel film di Milani. In pieno stile colonialistico ci viene offerta una visione epica, distante, vuota di elaborazione, che si occupa in maniera approssimativa di ambientalismo, di lavoro e società, ma non si azzarda mai a parlare del peso soffocante dello Stato italiano nel Sulcis e in Sardegna; della complessa realtà culturale degli abitanti, appiattiti invece in ruoli monodimensionali da miniserie Rai; dell’ambiente che non è mai un ambiente complesso, in comunicazione con l’esterno e con chi lo abita, ma paesaggio, sfondo: buono per le conversazioni profonde, senza un ruolo culturale o produttivo. La vità va così è lo specchio in cui si riflettono i limiti della nostra visione politica.. Chi siamo? Cos’è la Sardegna oggi? Chi vogliamo essere e contro cosa stiamo protestando?

A Teulada, la Bellesa Manna del film, ne avrebbero da dire su questi temi. Ormai parliamo spesso dei contributi teuladini in termini di terra, alla base militare italiana e NATO della zona. Nel film compare un aereo da combattimento a strizzarci l’occhio ad un certo punto, ma è un mistero su chi sia e da dove provenga. Conosciamo bene il tema della storia mineraria del Sulcis, il tema del turismo di massa, quello del ricatto del lavoro. Conosciamo meno il tema della responsabilità delle persone e delle scelte politiche che sono obbligate a fare da sempre.
L* abitanti di Bellesa Manna sono ossessionat* dal resort. Ci vogliono lavorare a tutti i costi e non trovano proprio nulla da fare se non andare a scassare le palle a Efisio, che a sua volta non ha uno straccio di linea comunicativa con nessuno. È una specie di npc, un personaggio non gicante dei videogame, incapace di empatizzare con l’interlocutore e condannato a seguire un copione. Perché questo dovrebbe apparirci normale o addirittura divertente?

La vita va così descrive persone moralmente impoverite e annoiate. Ostaggi della prospettiva di guadagnare per consumare (tutt* hanno contratto debiti). Nessuno di quei personaggi è disposto ad immaginare un futuro migliore per se stesso e soprattutto a coltivarlo in accordo con la propria comunità o con Efisio. La loro realtà è ineludibilmente divisa tra deserto e resort. Quella di Efisio, tra la stasi idilliaca della spiaggia e il movimento dei lavori che porta distruzione . Realtà opposte senza possibilità di mediazione alcuna.

Con loro empatiziamo perché anche noi come sard* stiamo vivendo il paradosso dello sviluppo infrastrutturale energetico contrapposto alla devastazione ambientale e non troviamo soluzioni che non siano dicotomiche. O il paesaggio, o lo sviluppo.

Il film è tappezzato di volti familiari del cinema, della televisione, del teatro, dei social e della musica sarda, ma anche italiana. La composizione del cast traccia una linea elaborata che parte dall’universo artistico dell’intrattenimento sardo e conduce a quello italiano che i sardi e le sarde sono abituat* a vedere sulle reti Mediaset e Rai. Si vuole ristabilire un’unione, un sodalizio inedito. Vedere Massimiliano Medda, Moses Concas, Geppi Cucciari, Gabriele Cossu e Jacopo Cullin fianco a fianco con Aldo Baglio, Diego Abatantuono e Virginia Raffaele serve a coronare il sogno di essere vist*, di esistere in questo universo mediatico azzurro, sole, mare e pummarola. Il culmine è la scena, immancabile, in cui tutt* si ritrovano al bar, ad esultare per l’Italia che vince i Mondiali.

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INVITATI SACRIFICABILI
A proposito di cinema, c’è una frase che mi ha sempre tormentato in Rambo 2 – La vendetta, che descrive perfettamente quello che credo sia il nostro rapporto con l’universo mediatico italiano: Rambo, graziato dai suoi superiori, viene mandato in Vietnam per una missione. È appoggiato al parapetto della barca che lo porterà a destinazione e conversa con la guida che lo accompagna. Tra le tante cazzatine retoriche sulla guerra, dice una cosa interessante su sé stesso: dice di essere expendable, sacrificabile; It’s like if someone invites you to a party and you don’t show up – doesn’t really matter, ossia: è come se qualcuno ti invitasse ad una festa e tu non ti facessi vedere, ma in realtà non importa a nessuno.
Ecco, il rapporto che noi sard* abbiamo coi media italiani è lo stesso che Rambo ha con chi lo invita alla festa. Guardiamo tonnellate di prodotti che a malapena ci citano per qualche cosa che riguarda il mare o i Mamuthones, ma non ci rendiamo conto che quella cosa non parla assolutamente della nostra comunità. Eppure ce ne sentiamo parte. Videolina, nel frattempo, descrive un universo parallelo, una realtà totalmente differente. Si tratta di una sorta di schizofrenia collettiva con cui non abbiamo mai realmente fatto i conti.

Col film di Milani si realizza una sorta di epifania. Ci destiamo incredul* quando vediamo Aldo Baglio che guarda Efisio Mulas, lo stereotipo del vecchio pastore testardo, croccante fuori e tenero dentro. Ci sentiamo un po’ imbarazzat* perchè istintivamente vorremmo dare ad Efisio uno schiaffo sulla nuca e costringerlo a parlare un italiano fluente, poi ci inteneriamo perché un po’ ci sentiamo come Efisio, fier* della nostra Lingua e siamo content* che Aldo ci guardi e che Virginia Raffaele scimmiottando il nostro accento ci traduca ad Aldo. È un vero cortocircuito emotivo: siamo arrivati alla festa e qualcuno si è accorto che ci siamo! Finalmente abbiamo l’attenzione che cercavamo. Siamo un po’ impacciat* ma finalmente abbiamo il nostro palcoscenico e possiamo urlare all’Italia che la nostra terra è pura e non deve essere toccata, che siamo creature ferite dagli stereotipi e abbiamo un’identità che va oltre il casu marzu. Mangiamo anche i toast, come precisa Raffaele ad un certo punto. Ecco soddisfatta la sete di protesta del pubblico sardo.

Ma perché questo accade proprio ora? Perchè tutt’ad un tratto la nostra Lingua è importante e qualcuno ammette al cinema che non mangiamo solo pane e formaggio? Che siamo vittime di un ricatto e di un’operazione neocolonialista indifferente alla bellezza del nostro paesaggio naturale? Un’apprensione così forte nei nostri confronti e nei confronti dei temi che scuotono l* sard* del 2025 deve avere un perché!

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Foto Cuccheddu

E SE QUESTA PELLICOLA FOSSE L’ESPRESSIONE DELLA VOLONTÀ DI UN ESTABLISHMENT POLITICO?
Il richiamo alla Legge salva coste, il racconto di una magistratura progressista, alleata e sensibile, il riferimento all’identità da greewashers degli antagonisti, il rimarcare la nostra identità indomabile e pura, lo scambio terrificante sulle partorienti “che non piangono” tra Cucciari e Raffaele, la saggezza dei pastori, la battuta di Cucciari sul lavoro “che mi piace”… sono tutte cose che rimandano a quello che stiamo vivendo come sard* , ma anche italian* (vedi la speculazione green, le crisi che investono chi alleva e coltiva, la great resignation dei giovani e delle giovani stagionali, le lotte femministe e il presunto matriarcato sardo).

Si tratta di un elaborato esercizio di ipnosi, che evoca le paure e dilemmi dell’essere sard* oggi e suggerisce soluzioni. Queste soluzioni per chi ha lavorato e finanziato la pellicola sono da ricercarsi nella realizzazione dell’italianità incompiuta e nel contempo nella protezione strenua di un’identità fragile. Sono da ricercarsi soprattutto nell’istituzione italiana. Non in quella locale dei sindaci, deresponsabilizzati signorotti boriosi da detestare e che ancora possiamo votare, ma in quella alta ed eterea della costituzione più bella del mondo e dei magistrati buoni e poi dei grandi partiti progressisti, il PD e il Movimento Cinquestelle. Perché quelle sono le uniche vere alternative alla destra sovranista e alle multinazionali, uniche responsabili – almeno nel film – del nostro male.

Questa macchiettistica e furba pellicola racconta involontariamente cosa non siamo autorizzat* ad essere: terra nuda e cruda senza idealizzazione; luogo di complessità; comunità divisa ma libera di unirsi, capace di guardare veramente oltre lo stereotipo, di accettarsi sia quando è tenace e virtuosa, sia quando è cinica e vile, di riconoscersi e apprezzarsi, lamentosa, piangente, avida, sofferente, vinta; Gente parlante la propria Lingua senza bisogno di essere tradotta, muta senza bisogno di essere arguta, cultrice della proprie tradizioni quando lo desidera e apostata quando ne sente il bisogno; popolo che conosce i limiti dello sviluppo economico, le sue insidie e responsabilmente è disposto a farsi carico di quello che comporta, votando e lottando, perché libero, informato, responsabile, maturo, indipendente. Tutte queste cose oggi non siamo autorizzat* ad essere. Perché qualcuno ci vuole convincere chi aici andat sa vida!