Il dedalo celtico mette ancora alla prova il Regno Unito

Una decina di anni fa abbiamo affrontato per la prima volta il tema di quello che abbiamo definito “dedalo celtico”. Parlavamo della riunificazione irlandese, della Scozia referendaria, del crescente indipendentismo gallese, della messa in pratica della Brexit. La domanda finale era: il Regno è unito?
Le elezioni del 7 maggio 2026 in Scozia e Galles non sono state un semplice rinnovo istituzionale ma hanno aperto una fase di confronto diretto tra le due nazioni celtiche e lo Stato. Ma cosa comporta, in concreto, che SNP e Plaid Cymru abbiano vinto? Quanto pesa davvero questo risultato nel braccio di ferro con Londra? Per capirlo bisogna distinguere tra forza elettorale, mandato politico e potere legale, tre piani che non coincidono affatto.

Il piano legale: la Scozia non può decidere da sola

Il punto di partenza obbligato è la sentenza della Corte Suprema britannica del 2022, che ha stabilito un principio netto: il parlamento scozzese non ha la competenza per convocare unilateralmente un referendum d’indipendenza. Questa facoltà resta riservata a Westminster attraverso un meccanismo che trasferisce temporaneamente i poteri necessari per indire una consultazione legalmente vincolante.

In altre parole, per quanto forte sia il voto popolare in Scozia, sul piano strettamente giuridico, la nazione scozzese non ha gli strumenti per imporre un referendum contro la volontà del governo britannico. È esattamente questo il muro contro il quale si era scontrata Nicola Sturgeon dopo il 2022 e che ha obbligato lo SNP a ripensare completamente la propria strategia.

John Swinnei, leader indipendentista scozzese, attuale primo ministro della Scozia

La strategia scozzese: trasformare i voti in pressione politica

Se la via legale è bloccata, resta quella politica. John Swinney, il leader indipendentista scozzese e attuale primo ministro, ha costruito la sua intera campagna attorno a un’idea precisa: una maggioranza parlamentare indipendentista a Holyrood (SNP più Verdi scozzesi) deve diventare un mandato democratico così evidente da rendere insostenibile, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale e della stessa politica britannica, il rifiuto sistematico di Londra.

Il calcolo di Swinney si basa su una sequenza precisa: maggioranza indipendentista nel 2026, richiesta formale di trasferimento delle competenze nella prima seduta del nuovo parlamento, referendum entro il 2028, eventuale indipendenza entro diciotto mesi da un’ipotetica vittoria del sì. Il Parlamento scozzese ha già approvato questa richiesta con 72 voti favorevoli contro 55, grazie al sostegno congiunto di SNP e Verdi.

Ma qui emerge il primo nodo del rapporto di forza: il governo britannico ha ribadito pubblicamente, e più volte, che non concederà l’autorizzazione durante questa legislatura, indipendentemente dal risultato elettorale scozzese. Westminster, cioè, si comporta come se il voto di Holyrood non producesse alcun obbligo politico, solo una richiesta che può essere ignorata.

Questo crea uno scarto evidente tra legittimità democratica, che gli indipendentisti rivendicano sulla base dei sondaggi (il sostegno all’indipendenza ha toccato il 53%), tra risultati elettorali e potere effettivo, che resta saldamente nelle mani dello Stato. È un rapporto di forza asimmetrico per definizione: la Scozia può accumulare consenso, ma non può tradurlo automaticamente in un atto concreto senza la cooperazione di Londra.

Rhun ap Iorwerth, leader indipendentista gallese, attuale primo ministro del Galles

Il Galles: una strategia diversa

Il Plaid Cymru ha scelto una strada radicalmente diversa rispetto allo SNP, ed è importante capire perché. Il sostegno all’indipendenza in Galles, pur essendo cresciuto negli ultimi anni, resta storicamente più basso rispetto a quello in Scozia. Si tratta di circa un terzo della popolazione. Forzare un referendum immediato, su queste basi, rischierebbe di essere un autogol: una sconfitta nelle urne brucerebbe il tema per una generazione.

Per questo Rhun ap Iorwerth ha scelto un approccio definito di nation-building, cioè costruzione nazionale: prima rafforzare le istituzioni gallesi, dimostrare capacità di governo, ottenere nuove competenze da Londra (polizia, giustizia, gestione dei fondi marini), normalizzare la lingua e l’identità gallese nella vita pubblica, e solo dopo, eventualmente in un secondo mandato, oltre il 2030, proporre un referendum. Nel frattempo, lo strumento principale sarà una convenzione costituzionale e un libro bianco sull’indipendenza, pensati per costruire consenso sociale prima ancora che politico.

Questa strategia ha un vantaggio rispetto a quella scozzese: non si scontra immediatamente con il muro legale di Westminster, perché non chiede nulla che lo Stato britannico possa rifiutare in modo plateale. Il rischio, però, è che la gradualità possa disinnescare la spinta propulsiva del voto, lasciando che il tema si areni nella gestione ordinaria del governo.

Il fattore Reform UK: come l’estrema destra cambia gli equilibri

Un elemento che complica e, paradossalmente, rafforza la posizione indipendentista è l’ascesa di Reform UK, il partito di Nigel Farage. In entrambe le nazioni, Reform si è affermato come seconda forza, superando sia i conservatori sia i laburisti gallesi.

Il discorso di Reform è apertamente centralizzatore: contesta il modello stesso della devolution e propone di riportare i poteri a Londra. Questo produce un effetto di polarizzazione netta: la politica britannica si sta sempre più organizzando lungo un asse tra autodeterminazione e ricentralizzazione, piuttosto che lungo le vecchie divisioni tra sinistra e destra.

Per gli indipendentisti, questo ha due conseguenze. Da un lato Reform frammenta il voto unionista, sottraendo consenso a laburisti e conservatori e facilitando indirettamente le vittorie di SNP e Plaid Cymru in molte circoscrizioni. Dall’altro la prospettiva di un governo Reform a Londra, dato in testa nei sondaggi per le elezioni britanniche del 2029, viene usata dagli indipendentisti come argomento mobilitante: se lo Stato si sposta verso un nazionalismo britannico duro e centralizzatore, la posta in gioco per Scozia e Galles si alza ulteriormente, perché l’alternativa all’indipendenza non è più un Regno Unito moderato, ma uno Stato apertamente ostile all’autogoverno.

Il blocco celtico: un nuovo strumento di pressione collettiva

Un elemento relativamente nuovo nel rapporto di forza è il coordinamento tra le tre nazioni celtiche: Scozia, Galles e Irlanda. Con il Sinn Féin già alla guida dell’esecutivo nordirlandese dal 2024 nella figura di Michelle O’Neill, la vittoria di SNP e Plaid Cymru porta per la prima volta tre governi o maggioranze indipendentiste a coesistere nello stesso momento storico.

Questo non è solo un fatto simbolico. SNP, Plaid Cymru e Sinn Féin hanno già iniziato a lavorare congiuntamente su dossier concreti: politica fiscale, stato sociale e sull’eventuale rientro nell’Unione Europea. L’idea di fondo è che una pressione coordinata su più fronti contemporaneamente sia più difficile da ignorare per Westminster rispetto a rivendicazioni isolate e scollegate tra loro, come è avvenuto finora.

Resta da vedere quanto questa cooperazione potrà tradursi in risultati concreti, dato che le tre nazioni hanno contesti costituzionali profondamente diversi: la Scozia con il nodo del referendum bloccato dalla Corte Suprema, il Galles con una strategia volutamente lenta, il Nord dell’Irlanda con il complesso meccanismo di cogoverno obbligatorio tra comunità repubblicana e unionista previsto dagli Accordi del Venerdì Santo del 1998. Nelle sei contee irlandesi le elezioni del 2022 hanno assegnato il 40% ai partiti unionisti, il 38% a quelli repubblicani e favorevoli alla riunificazione irlandese, il 3% ai partiti transcomunitari e il 13,5% ad Alliance, un partito che, nato come unionista “non settario”, dalla fine degli anni ’90 si posiziona sul neutralismo istituzionale non schierandosi né per lo status quo né per l’unità irlandese.

Lo snodo del 2029: uno strumento decisivo per gli indipendentisti?

L’argomento più solido nelle mani degli indipendentisti, più ancora dei risultati elettorali del 7 maggio 2026, riguarda il futuro a livello britannico. Swinney stesso ha indicato le elezioni generali del 2029 come possibile punto di svolta: se nessun partito otterrà la maggioranza assoluta a Westminster, i deputati scozzesi e gallesi favorevoli all’indipendenza potrebbero diventare determinanti per la formazione di qualsiasi governo britannico, trasformando quella che oggi è una richiesta respinta in una condizione negoziale imprescindibile.

È un calcolo che ribalta la logica del rapporto di forza attuale: oggi Londra può permettersi di ignorare le richieste di Edimburgo e Cardiff perché non ne ha bisogno politicamente. Ma in un parlamento britannico frammentato, dove i numeri non bastano a nessun partito da solo, il voto dei deputati indipendentisti diventerebbe una leva concreta, non più solo simbolica.

Risultati su Brexit nel 2016 in Scozia, Irlanda, Galles e Inghilterra.

Un equilibrio ancora precario

Il quadro che emerge da queste elezioni è quindi quello di un rapporto di forza in movimento, non ancora del tutto favorevole alle nazioni periferiche. La Scozia ha accumulato legittimità democratica senza riuscire, per ora, a tradurla in potere legale. Il Galles ha scelto consapevolmente di rinviare lo scontro diretto, puntando a costruire condizioni più solide nel tempo. L’Irlanda del Nord opera dentro un meccanismo istituzionale che limita strutturalmente la capacità d’azione unilaterale del Sinn Féin.

Lo Stato britannico, dal canto suo, mantiene per ora il controllo degli strumenti decisivi, quello legale tramite la Corte Suprema e quello politico tramite il rifiuto sistematico di Westminster, ma deve fare i conti con un’erosione di consenso sempre più visibile, sia nei laburisti sia nei conservatori, e con la crescita di una destra centralizzatrice che rischia di radicalizzare ulteriormente lo scontro tra autogoverno e accentramento.

Il 7 maggio 2026 ha spostato in modo significativo i rapporti di forza sul tavolo: ha dato alle nazioni più voti, più legittimità e più capacità di coordinamento reciproco, lasciando però intatto, almeno per ora, il potere di veto dello Stato

APPROFONDIMENTO

Il Paese Valenciano si specchia nel Galles

La dinamica politica del Galles è stata recentemente analizzata su Vilaweb da Ricard Chulià, filologo, docente e analista politico valenciano. Il giornalista utilizza il Galles come specchio per la sua realtà locale, scegliendolo perché rappresenta un indipendentismo debole nel contesto britannico, quasi un caso puro di colonialismo linguistico e culturale. Lo stesso nome “Galles”, dall’inglese Wales, significa “gli stranieri”, mentre Cymru, il nome nella lingua propria, significa “la terra della gente del Paese”.

Chulià ripercorre la storia politica gallese: una lingua propria che, pur restando la più viva tra quelle non inglesi delle Isole Britanniche, non è più maggioritaria da oltre un secolo (solo il 18% dei gallesi la utilizza come prima lingua secondo il censimento 2021); un Plaid Cymru che parte da percentuali marginali e cresce lentamente, senza mai però rinnegare l’obiettivo dell’indipendenza, nemmeno quando il sostegno popolare era basso; un Galles che, a differenza della Scozia, votò con maggioranza risicata a favore della Brexit e che per oltre un secolo è stato dominato dal laburismo britannico, fino alla recente vittoria storica del Plaid Cymru, che esprime per la prima volta il primo ministro gallese.

Il punto centrale dell’analisi è che questa vittoria non nasce da un’improvvisa maggioranza indipendentista nella popolazione (il sostegno resta minoritario nei sondaggi), ma dal fatto che, posti di fronte a una scelta binaria tra il Plaid Cymru e Reform UK, partito apertamente anti-gallese e in parte erede di un movimento che chiedeva l’abolizione dell’autogoverno gallese, gli elettori hanno scelto la difesa dell’identità nazionale.

Da qui Chulià trae la lezione politica per il caso valenciano: contrariamente all’idea che il tema nazionale debba essere minimizzato per ottimizzare i risultati elettorali, l’esempio gallese dimostra il contrario. Rivendicare con chiarezza l’autogoverno, anche partendo da posizioni minoritarie, può pagare elettoralmente quando l’alternativa reale è un centralismo aggressivo. L’autore conclude che la sfida per il valencianismo è conquistare l’egemonia sull’idea stessa di cosa significhi essere valenciani, contrapponendo una politica nazionale propria a una situazione di sottomissione diretta dallo Stato.

Fonti: Vilaweb, El Nacional, The National, The Guardian, Ara, El Punt, Gara.